Un tasso nella manica
Mps e i derivati. Come si esce da un cortocircuito finanziario
Nel 1867 Alfred Nobel inventò la dinamite. Era convinto di fare il bene di molti minatori, che avrebbero sostituito con questo prodotto il duro e rischioso lavoro manuale. Presto, però, la dinamite divenne il più potente strumento per omicidi di massa, ancorché spacciati per le necessità della guerra. In realtà spesso accade che le vie dell’inferno siano lastricate di buone intenzioni. Certamente meno cruenta, ma altrettanto allarmante, è la storia dei cosiddetti “derivati finanziari”. Si tratta di strumenti originariamente creati per consentire di coprire i rischi di operazioni di natura finanziaria o reale e permettere, per tal via, di intraprendere attività economiche con minore difficoltà. Leggi Monti su Mps: "Sradicare la commistione tra banca e politica" - Leggi Amato, la legge sulle fondazioni e il vero peccato originale di Mps di Francesco Forte di Giuseppe Vegas (presidente della Consob)
12 AGO 20

Nel 1867 Alfred Nobel inventò la dinamite. Era convinto di fare il bene di molti minatori, che avrebbero sostituito con questo prodotto il duro e rischioso lavoro manuale. Presto, però, la dinamite divenne il più potente strumento per omicidi di massa, ancorché spacciati per le necessità della guerra. In realtà spesso accade che le vie dell’inferno siano lastricate di buone intenzioni. Certamente meno cruenta, ma altrettanto allarmante, è la storia dei cosiddetti “derivati finanziari”. Si tratta di strumenti originariamente creati per consentire di coprire i rischi di operazioni di natura finanziaria o reale e permettere, per tal via, di intraprendere attività economiche con minore difficoltà. In sostanza, si tratta di una sorta di assicurazione, per certi aspetti simile a quella che ordinariamente si fa sulla vita o sull’automobile. Fin qui tutto bene.
Man mano, però, ci si è resi conto che lo strumento poteva essere utilizzato per altri scopi, in sostanza per moltiplicare le occasioni di guadagno. Da strumento assicurativo cioè si è progressivamente trasformato in strumento speculativo, utilizzato per vere e proprie scommesse finanziarie.
Man mano, però, ci si è resi conto che lo strumento poteva essere utilizzato per altri scopi, in sostanza per moltiplicare le occasioni di guadagno. Da strumento assicurativo cioè si è progressivamente trasformato in strumento speculativo, utilizzato per vere e proprie scommesse finanziarie.
Questo processo di eterogenesi dei fini si è poi accompagnato a un meccanismo progressivo di trasferimento del rischio che ha trovato nell’innovazione finanziaria il suo migliore alleato; l’ingegneria finanziaria attraverso la progettazione di nuovi prodotti, sempre più complessi e opachi, ha consentito di allontanare il rischio dall’attività che lo aveva generato e di renderlo invisibile. Certamente, se da un lato questo può rappresentare un meccanismo per aumentare le opportunità di investimento e quindi, potenzialmente, per creare sviluppo, dall’altro, mancando una chiara individuazione del soggetto su cui ricade il rischio finale, finisce per deresponsabilizzare e quindi per agevolare comportamenti di azzardo morale. Cosa ne è scaturito? Un solco sempre più profondo fra la dimensione della finanza derivata e l’economia reale. Basta confrontare i dati dell’andamento del prodotto interno lordo mondiale e quelli della crescita del mercato dei derivati. Mentre il pil mondiale è cresciuto, dal 2000 al 2012, nell’ordine del 120 per cento, attestandosi oggi a 71 trilioni di dollari, nello stesso periodo i derivati sono cresciuti del 580 per cento fino a raggiungere la cifra di 650 trilioni di dollari. Oltre il 70 per cento dei contratti su derivati riguarda peraltro la copertura dalla variazione dei tassi di interesse, mentre solo il 10 per cento riguarda la copertura su rischi di cambio e solo lo 0,5 per cento i beni reali. In sostanza, l’uso dei derivati per fini speculativi ha alimentato la crescente finanziarizzazione dell’economia, con una velocità esponenziale che neanche dopo la crisi del 2007-08 ha visto una inversione di tendenza.
Guadagni, perdite, soluzioni possibili
Ciò che è successo dunque è che a fronte di un periodo nel quale si è assistito, almeno nei paesi più industrializzati, a una fase di contrazione dello sviluppo, è esplosa la finanziarizzazione dei mercati. I derivati dunque hanno smesso di rappresentare uno strumento per sostenere – attraverso una migliore gestione del rischio – la crescita economica, negando in tal modo il principio cardine che giustifica l’esistenza dei mercati finanziari, cioè quello di mettere in relazione i risparmiatori con gli investitori e di permettere così lo sviluppo dell’economia e, in definitiva, creare reddito e occupazione. Il valore nozionale del mercato globale dei derivati raggiunge invece oggi un importo pari a 7 volte il pil mondiale. Su quest’ultimo dato, tuttavia, è opportuno fare una precisazione: il valore nozionale, cioè quel numero che tanto spaventa di 650 trilioni di dollari, rappresenta in realtà un mero valore di riferimento su cui calcolare i guadagni o le perdite potenziali. Prendiamo ad esempio il caso di un contratto di interest rate swap; l’oggetto dello scambio tra le parti, e dunque i guadagni e le perdite potenziali, è rappresentato dal differenziale tra due tassi di interesse (pari di norma a pochi centesimi di punto percentuale), applicato al valore nozionale. Ipotizzando un valore nozionale di 100 milioni di euro e un differenziale tra i tassi di interesse dell’1 per cento, la perdita o guadagno potenziale alla scadenza predefinita nel contratto risulta pari a 1 milione di euro, cioè solo una piccola frazione del valore nozionale.
Guadagni, perdite, soluzioni possibili
Ciò che è successo dunque è che a fronte di un periodo nel quale si è assistito, almeno nei paesi più industrializzati, a una fase di contrazione dello sviluppo, è esplosa la finanziarizzazione dei mercati. I derivati dunque hanno smesso di rappresentare uno strumento per sostenere – attraverso una migliore gestione del rischio – la crescita economica, negando in tal modo il principio cardine che giustifica l’esistenza dei mercati finanziari, cioè quello di mettere in relazione i risparmiatori con gli investitori e di permettere così lo sviluppo dell’economia e, in definitiva, creare reddito e occupazione. Il valore nozionale del mercato globale dei derivati raggiunge invece oggi un importo pari a 7 volte il pil mondiale. Su quest’ultimo dato, tuttavia, è opportuno fare una precisazione: il valore nozionale, cioè quel numero che tanto spaventa di 650 trilioni di dollari, rappresenta in realtà un mero valore di riferimento su cui calcolare i guadagni o le perdite potenziali. Prendiamo ad esempio il caso di un contratto di interest rate swap; l’oggetto dello scambio tra le parti, e dunque i guadagni e le perdite potenziali, è rappresentato dal differenziale tra due tassi di interesse (pari di norma a pochi centesimi di punto percentuale), applicato al valore nozionale. Ipotizzando un valore nozionale di 100 milioni di euro e un differenziale tra i tassi di interesse dell’1 per cento, la perdita o guadagno potenziale alla scadenza predefinita nel contratto risulta pari a 1 milione di euro, cioè solo una piccola frazione del valore nozionale.
A questo si aggiunga che quel dato complessivo si riferisce al mercato nel suo insieme, aggregando quindi le posizioni sia degli acquirenti sia dei venditori. La dimensione del fenomeno, per quanto precisato nei suoi esatti confini, fa comunque paura e incide sulle aspettative e sui comportamenti degli operatori economici, ponendo un’ipoteca sulla crescita dell’economia.
Che fare dunque? Una politica di rinvio non è più possibile. Ai governi e alle Autorità di regolamentazione spetta un ruolo importante, che non può certamente essere svolto a livello di singolo paese. In ambito europeo, occorre seguire con decisione la strada intrapresa sul piano normativo (Direttiva Emir) prevedendo l’introduzione di tutti quei meccanismi di trasparenza e di contenimento del rischio sistemico che fino ad oggi sono mancati. La libertà contrattuale è un bene della nostra civiltà giuridica, ma questo non significa che si debba approfittare dell’opacità dei cosiddetti mercati over the counter per vendere e comperare titoli il cui prezzo influenza l’andamento di tutti gli altri e delle economie mondiali, consentendo a pochi oligopolisti di far venir meno quei principi di democrazia economica sui quali si è basata nei secoli la ricchezza delle nazioni. In altri casi occorre invece intervenire con misure di divieto, come ad esempio fatto con la legge finanziaria per il 2009 che ha vietato agli enti locali italiani di sottoscrivere nuovi contratti in derivati, in attesa di una adeguata e specifica regolamentazione. Questo è ancora più necessario quando i derivati sono incorporati in strumenti finanziari complessi, opachi e di difficile valutazione da parte dell’investitore e successivamente distribuiti ad un pubblico retail, con un modesto livello di cultura finanziaria. In questo senso un ruolo fondamentale devono avere gli intermediari finanziari, chiamati a rispettare precisi obblighi di condotta nella valutazione dell’adeguatezza dell’operazione al profilo del cliente.
Regole perfette tuttavia non bastano, occorre che siano assistite da corretti comportamenti individuali. Bisogna, come affermato da Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in veritate, che “la finanza in quanto tale, nelle necessariamente rinnovate strutture e modalità di funzionamento dopo il suo cattivo utilizzo che ha danneggiato l’economia reale, ritorni ad essere uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza ed allo sviluppo”.
Che fare dunque? Una politica di rinvio non è più possibile. Ai governi e alle Autorità di regolamentazione spetta un ruolo importante, che non può certamente essere svolto a livello di singolo paese. In ambito europeo, occorre seguire con decisione la strada intrapresa sul piano normativo (Direttiva Emir) prevedendo l’introduzione di tutti quei meccanismi di trasparenza e di contenimento del rischio sistemico che fino ad oggi sono mancati. La libertà contrattuale è un bene della nostra civiltà giuridica, ma questo non significa che si debba approfittare dell’opacità dei cosiddetti mercati over the counter per vendere e comperare titoli il cui prezzo influenza l’andamento di tutti gli altri e delle economie mondiali, consentendo a pochi oligopolisti di far venir meno quei principi di democrazia economica sui quali si è basata nei secoli la ricchezza delle nazioni. In altri casi occorre invece intervenire con misure di divieto, come ad esempio fatto con la legge finanziaria per il 2009 che ha vietato agli enti locali italiani di sottoscrivere nuovi contratti in derivati, in attesa di una adeguata e specifica regolamentazione. Questo è ancora più necessario quando i derivati sono incorporati in strumenti finanziari complessi, opachi e di difficile valutazione da parte dell’investitore e successivamente distribuiti ad un pubblico retail, con un modesto livello di cultura finanziaria. In questo senso un ruolo fondamentale devono avere gli intermediari finanziari, chiamati a rispettare precisi obblighi di condotta nella valutazione dell’adeguatezza dell’operazione al profilo del cliente.
Regole perfette tuttavia non bastano, occorre che siano assistite da corretti comportamenti individuali. Bisogna, come affermato da Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in veritate, che “la finanza in quanto tale, nelle necessariamente rinnovate strutture e modalità di funzionamento dopo il suo cattivo utilizzo che ha danneggiato l’economia reale, ritorni ad essere uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza ed allo sviluppo”.
Leggi Monti su Mps: "Sradicare la commistione tra banca e politica" - Leggi Amato, la legge sulle fondazioni e il vero peccato originale di Mps di Francesco Forte
di Giuseppe Vegas (presidente della Consob)